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La teoria della Carboun Currency Foundation, della necessitá di acquistare le aree da proteggere viene ripresa per salvare le Galapagos.
Privatizzare le Galapagos per salvarle?
di Renato Marcellino
L’arcipelago delle Galapagos, dichiarato dall’Unesco patrimônio naturale dell’umanità, è sempre più a rischio. A lanciare il nuovo allarme è proprio il governo dell’Ecuador, stato a cui le Galapagos appartengono, propenso ad adottare la sospensione temporanea dei permessi turistici come misura di protezione. Sono migliaia i turisti che ogni anno si recano nel meraviglioso arcipelago situato nell’oceano Pacifico a circa 1000 chilometri dalle coste dell’Ecuador. Al pericolo del turismo si aggiunge però anche l’aumento incontrollato della popolazione (si ritiene che almeno 15.000 persone vivano illegalmente sulle isole), e la pesca di frodo, e in particolare quella a danno degli squali indispensabile ad alimentare il commercio delle pinne. L’allarme è stato lanciato dal presidente ecuadoriano Rafael Correa, quando nell’arcipelago si trovava una missione dell’Unesco. Mentre gli studiosi valutano se inserire le isole nella lista del patrimonio dell’umanità a rischio, Correa ha firmato un decreto in cui decide l’emergenza: “Le Galapagos” sostiene “vivono una grave crisi istituzionale, ambientale e sociale”. “Noi siamo ovviamente coscienti dell’importanza che hanno le Galapagos per il nostro paese” ha aggiunto con uno scatto di orgoglio” e non abbiamo bisogno di risoluzioni di organismi di alcun genere per assumersi le nostre responsabilità”. Crisi dichiarata, dunque, e linea dura soprattutto nei confronti della devastante pressione turistica, che si traduce in una costante scarsità d’acqua, in uma crescita non regolamentata della popolazione nell’introduzione di specie non autoctone e nello sfruttamento ittico industriale: è costante la pesca di frodo e la strage di squali per venderne le pinne, considerate afrodisiache. Il sistema economico adottato nelle fragili Galapagos, insomma, non è più sostenibile. In mare è frequente lo sversamento di idrocarburi e non bisogna dimenticare, il disastroso naufragio della petroliera Jessica, che nel gennaio 2001 riversò sulle coste una pestilenziale marea nera. Il decreto del governo Correa, oltre a prevedere una possibile sospensione temporanea delle licenze turistiche e dei permessi di residenza, e un piano per eliminare le specie animali non autoctone, promette di adottare anche severi provvedimenti contro “l’anarchia che regna nell’arcipelago” (così ha detto il presidente), a causa del conflitto di competenze fra enti che hanno portato a un grave incidente fra dipendenti del Parco nazionale Galapagos, incaricati di proteggere la biodiversità, e la Marina, accusata di aver realizzato attività turistiche non autorizzate. C’è speranza, dunque, per le rarissime tartarughe giganti, per le iguane marine, per gli uccelli dalle zampe blu? Il biologo Gunter Reck, specialista dell’arcipelago, è scettico: “Le isole hanno bisogno di azioni concrete, più che di un ennesimo decreto presidenziale. Lo fece anni fa anche l’ex presidente Fabian Alarcon, proprio quando, anche allora, una delegazione dell’Unesco visitava il paese. Ma nessuno compì azioni concrete”. Speriamo sia la volta buona. La lotta per preservare uno degli ultimi paradisi iniziò nel 1978, quando l’Unesco dichiarò l’arcipelago Patrimonio dell’umanità. Nel 2000 un secondo appello fu lanciato dagli ambientalisti e raccolto dall’Unesco, che però non ritenne necessario inserire le Galapagos nella lista del patrimonio in pericolo. A tentare qualche azione di difesa è stata anche l’Italia, che nel 2004 ha stanziato 2,1 milioni di euro per finanziare attraverso il Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp), un progetto per la salvaguardia delle isole. L’allarme dell’Unesco sul rischio che il turismo di massa distrugga i delicati equilibri ecologici delle isole Galapagos pone la questione di come tutelare i paradisi naturali. Per l’Istituto Bruno Leoni (Ibl) di Torino, il mercato e le privatizzazioni possono fornire gli strumenti necessari e cerca di dimostrarlo con una pubblicazione curata da Novello Papafava intitolata Salvare la Galapagos. Una modesta proposta che mostra come alla radice del problema non stia l’eccessivo sfruttamento capitalistico, ma l’assenza di diritti di proprietà chiaramente definiti. è sensato aver fiducia in un decreto presidenziale come soluzione ai problemi dell’arcipelago? Ed è giusto sperare che la presa di posizione dell’Unesco possa ottenere risultati migliori? Si domanda Parafava nello suo studio. Univoca la risposta. La scienza dell’Economia politica delle risorse pone seri dubbi in proposito. Effettivamente, se le Galapagos sono Parco nazionale dal 1959 e sono state dichiarate patrimonio dell’Umanità dall’Unesco dal 1978, come è successo che, nonostante decenni di tante e tali particolari attenzioni, il delicato ecosistema delle Galapagos sia più a repentaglio di prima? Per chi ha acquisito i rudimenti del pensiero liberale, la spiegazione è banale e prevedibile: i burocrati incaricati non hanno il minimo interesse economico personale né le conoscenze necessarie ad amministrare sapientemente i beni che amministrano. Perché un dipendente della Marina nazionale dovrebbe impegnarsi fino a perdere il sonno per scongiurare il transito di una petroliera in prossimità delle isole, quando non ci rimetterebbe un dollaro del suo stipendio nel caso di um versamento di greggio, anzi probabilmente a causa dell’emergenza acquisirebbe un budget superiore dal próprio governo (esattamente come avviene per le nostre guardie forestali)? Se dunque l’arcipelago delle Galapagos o alcune isole (ma basterebbero particolari aree o coste), fossero acquistate da qualche facoltosa associazione ambientalista, da Nature Conservancy alla Audubon Society, esse potrebbero gestire tale patrimonio contemperando gli introiti molto consistenti del turismo ecologico e scientifico con l’impatto subito dalla fauna e dalla flora locale. Oppure, attraverso il loro esercito di avvocati, potrebbero ottenere ingenti risarcimenti dalle compagnie petrolifere che provocano danni alle isole e ottenendo un allontanamento delle rotte delle navi (cosa non avvenuta com il più recente versamento della Jéssica nel 2001). Inoltre probabilmente i loro biologi accudirebbero ogni iguana conoscendole per nome una ad una, tanto è cruciale la loro presenza per i turisti; e via dicendo. Chi fosse scettico riguardo a tali soluzioni di proprietà privata dovrebbe visitare alcuni dei milioni e milioni di meravigliosi acri di boschi, coste, siti montani e paludi, amministrati da tali associazioni in Colorado, Messico, Cina, Namibia e in altri paesi. Papafava mostra come la gestione pubblica sia necessariamente inefficace, in quanto “i burocrati incaricati non hanno il minimo interesse econômico personale né le conoscenze necessarie ad amministrare sapientemente i beni che amministrano”. Al contrario, la vendita delle aree più pregiate potrebbe consentire ad associazioni ambientaliste di acquisire il controllo su quelle zone e “gestire tale patrimonio contemperando gli introiti molto consistenti del turismo ecológico e scientifico con l’impatto súbito dalla fauna e dalla flora locale. Oppure, attraverso il loro esercito di avvocati, potrebbero ottenere ingenti risarcimenti dalle compagnie petrolifere che provocano danni alle isole e ottenendo un allontanamento delle rotte delle navi”. Per Carlo Stagnaro, direttore Ecologia di mercato dell’Ibl, “il Focus di Parafava esegue una chiara diagnosi del problema e suggerisce l’unica terapia in grado di creare gli incentivi corretti alla conservazione. La sfida è soprattutto per gli ecologisti: avranno il coraggio di sostenere quelle riforme indispensabili a proteggere, davvero, l’ecosistema?”.
Fonte: www.eurofinanza.it
Salvare le Galapagos. Una modesta proposta
di Novello Papafava¹
Nominando le isole Galapagos vengono in mente le iguane terrestri, grossi lucertoloni, quasi piccoli draghi, visti in televisione su Quark, che trascorrono il loro tempo sugli scogli di pietra lavica. Mentre la maggioranza di noi si accontenta di vedere pochi fotogrammi delle Galapagos dal proprio divano di casa e di sapere che queste isole hanno ispirato a Charles Darwin la celebre teoria sull’Origine delle specie, vi sono molti etologi e appassionati naturalisti che invece intraprendono pellegrinaggi nell’Oceano Pacifico per osservare da vicino i rarissimi animali autoctoni. Non certo soltanto iguane, ma anche pinguini, cormorani, otarie, sule dai piedi azzurri, tartarughe giganti e verdi dalla genealogia ben più antica della nostra. Tali arcaici esseri avrebbero ragione a guardare noi umani dall’alto in basso, considerandoci parvenu del pianeta. In questi giorni le isole-santuario, sotto l’autorità dello Stato di Ecuador, hanno ridestato l’attenzione dei media a causa di un conflitto politico accesosi tra il presidente ecuadoriano Rafael Correa e l’Unesco, che ha recentemente inviato una missione per inserire l’arcipelago nella lista dei “patrimoni dell’umanità” ad alto rischio. Il presidente Correa non desidera le interferenze dell’Unesco e si è così espresso: «Il paese non ha bisogno di risoluzioni di organismi di alcun genere per assumersi le proprie responsabilità», aggiungendo subito dopo: «Noi siamo ovviamente ben coscienti dell’importanza che hanno le Galapagos per il nostro paese». Ad ogni modo il rischio che corrono le Galapagos è concreto e deriva daí gravi versamenti in mare di idrocarburi, dall’intenso flusso di turisti nelle circa venti isole, dall’introduzione di competitive specie non autoctone, dall’eccessivo sfruttamento ittico industriale (compresa la caccia agli squali per commercializzarne le pinne afrodisiache) e dalla crescita della popolazione umana. A monte però di tali problemi vi sono varie disfunzioni amministrative che il governo dell’Ecuador non riesce a risolvere; solo per citarne una, il conflitto di competenze fra i dipendenti del Parco nazionale Galapagos, incaricati di proteggere la biodiversità, e la Marina nazionale accusata di aver realizzato attività turistiche e di pesca non autorizzate. Per mettere fine al caos che regna nell’arcipelago, il presidente Correa ha emanato un decreto che prevede, tra l’altro, una sospensione temporanea delle licenze turistiche, la definizione di un piano per eliminare le specie animali importate dall’uomo e la riduzione dei permessi di residenza (effettivamente quando il parco venne creato nel 1959, sulle isole abitavano tra le mille e le duemila persone, oggi le stime sono dell’ordine di 30 mila abitanti). Ma è sensato aver fiducia in un decreto presidenziale come soluzione ai problemi dell’arcipelago? Ed è giusto sperare che la presa di posizione dell’Unesco possa ottenere risultati migliori? La scienza dell’Economia politica delle risorse pone seri dubbi in proposito. Effettivamente, se le Galapagos sono Parco nazionale dal ’59 e sono state dichiarate patrimonio dell’Umanità dall’Unesco dal ‘78, come è successo che, nonostante decenni di tante e tali particolari attenzioni, il delicato ecosistema delle Galapagos sia più a repentaglio di prima? Per chi ha acquisito i rudimenti del pensiero liberale, la spiegazione è banale e prevedibile: i burocrati incaricati non hanno il minimo interesse economico personale né le conoscenze necessarie ad amministrare sapientemente i beni che amministrano. Perché un dipendente della Marina Nazionale dovrebbe impegnarsi fino a perdere il sonno per scongiurare il transito di una petroliera in prossimità delle isole, quando non ci rimetterebbe un dollaro del suo stipendio nel caso di un versamento di greggio, anzi probabilmente a causa dell’emergenza acquisirebbe un budget superiore dal próprio governo (esattamente come avviene per le nostre guardie forestali)?Come osserva il grande economista Murray Rothbard: è curioso che quasi tutti gli scrittori ripetano meccanicamente la nozione secondo cui solo la classe politica può assumere una “visione di lungo periodo” ed allocare le risorse in modo da promuovere il “benessere generale”, mentre i proprietari privati, possedendo differenti preferenze temporali, devono avere una miope “visione di breve periodo”. La verità è esattamente l’opposto. L’individuo privato, sicuro della sua proprietà e della sua risorsa capitale nel tempo, è motivato ad una visione lungimirante per il fatto che ha tutto l’interesse a mantenere alto il valore capitale del suo bene. È l’uomo politico che deve sfruttare politicamente al massimo la risorsa finché può farlo. Se dunque l’arcipelago delle Galapagos o alcune isole (ma basterebbero particolari aree o coste), fossero acquistate da qualche facoltosa associazione ambientalista – da Nature Conservancy alla Audubon Society – esse potrebbero gestire tale patrimônio contemperando gli introiti molto consistenti del turismo ecologico e scientifico com l’impatto subito dalla fauna e dalla flora locale. Oppure, attraverso il loro esercito di avvocati, potrebbero ottenere ingenti risarcimenti dalle compagnie petrolifere che provocano danni alle isole e ottenendo un allontanamento delle rotte delle navi (cosa non avvenuta con il più recente versamento della Jessica nel 2001). Inoltre probabilmente i loro biologi accudirebbero ogni iguana conoscendole per nome una ad una, tanto è cruciale la loro presenza per i turisti; e via dicendo. Chi fosse scettico riguardo a tali soluzioni di proprietà privata dovrebbe visitare alcuni dei milioni e milioni di meravigliosi acri di boschi, coste, siti montani e paludi, amministrati da tali associazioni in Colorado, Messico, Cina, Namibia e in altri paesi. Lo schema statalista di gestione dei beni pubblici invece si ripete tristemente: all’inizio lo Stato offre le risorse che controlla gratis o a prezzi politici simbolici quasi come un invitante “trabocchetto”: legname dei boschi, acqua dei fiumi e di falda, atmosfera o strade a profusione, come se la scarsità non esistesse. Dopo un ovvio e rápido sovraffollamento, esaurimento e degrado (la ben nota “tragedia dei beni collettivi”) scatta il rimprovero delle autorità a tutti gli utilizzatori “spreconi” e “ingordi”, e quindi i conseguenti provvedimenti. Vengono creati nuovi organi e burocrazie dai nomi incantevoli – cose del tipo dell’“Ufficio per la cooperazione internazionale per la tutela ambientale delle generazioni future” (maestro in tutto ciò resta George Orwell, col suo Ministero dell’Amore) – che spadroneggiano meticolosamente su ogni attività umana sempre avvolti da un’aurea di elevata moralità e retorica finalizzate ad abbellire la loro natura coercitiva e parassitaria. E nonostante la miriade di vincoli i problemi non sono mai risolti e anzi vengono chiesti sempre nuovi piccoli sacrifici. Com’è noto, per gli intellettuali alla moda la dicotomia “Stato malfunzionante e coercitivo – privato efficiente e liberale” rappresenta una semplificazione grossolana: uma sorta di rozzo passpartout che pretenderebbe di risolvere con soluzioni facili e preconfezionate problemi che, invece., sono di natura complessa.In realtà, la proprietà privata e il libero scambio sono invece necessità richieste esattamente alla complessità del mondo materiale. Ogni questione che coinvolge risorse scarse ci pone davanti all’alternativa: o la soluzione di Stato, che prevede taluni che danno ordini e sottoposti che obbediscono temendo la punizione, oppure la soluzione liberale, con diversi attori che cercano soluzioni in modo indipendente alla ricerca di un profitto. È la scelta tra la rigidità del piano di un decisore unico autoritario (il vértice di partito, il ministro, il Führer, ecc…) e la dinamica collaborazione tra molte menti creative. Ma in qualunque ambito, e quindi anche di fronte al destino delle Galapagos e dei suoi multicolori abitanti, diversi cervelli competitivi supereranno sempre uno solo ebbro di potere.
¹ Novello Papafava, laureatosi in Economia política all’Università Bocconi di Milano, ha pubblicato per le edizioni Liberilibri Proprietari di sé e della natura (Macerata, 2005) ed è l’ultimo esponente di una nota famiglia di studiosi liberali.
Fonte: www.brunoleoni.it
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