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Un "polmone verde" che permetta di respirare CO2 a pagamento. Più passa il tempo più sono numerosi i "colossi" dell'industria mondiale che guardano alla politica della riforestazione.
Non meno del 15 per cento delle emissioni mondiali di gas serra si potrebbero abbattere attraverso politiche di riforestazione. E così c'è chi ha iniziato a ricorrere alle piante per risolvere i suoi problemi. Tra questi anche General Motors e Tokyo Electric Power.Il protocollo di Kyoto identifica tre possibili meccanismi flessibili a disposizione dei vari Paesi per raggiungere i limiti prescritti alle emissioni: il "joint implementation" (meccanismo secondo il quale un Paese sviluppato può acquisire delle riduzioni delle emissioni finanziando progetti che limitano le emissioni in altri Paesi sviluppati o con economie in fase di transizione), i "clean development mechanism" (comunemente detti CDM permettono ai Paesi più sviluppati di ricevere dei crediti alle emissioni promuovendo progetti volti appunto alla riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo) e il trading sulle emissioni. Di particolare interesse per la cooperazione tra Nord e Sud sono proprio i CDM.
Tra le opzioni possibili i CDM spingono anche sulla "sequestration" del carbonio, attraverso politiche di riforestazione o di riduzione dei processi di deforestazione già previsti. La teoria alla base di questa scelta è quella secondo la quale non importa dove avvengono le emissioni, anche perché queste non hanno confini. Dunque, alla stessa stregua, non importa dove vengono ridotte. Meglio allora piantare alberi che ridurre le emissioni attraverso le nuove tecnologie? Alcuni studi stimano che il 15 per cento delle emissioni mondiali di gas serra si potrebbero infatti abbattere semplicemente ricorrendo alle "sustainable foresty practices", espressione anglosassone che sintetizza un concetto più difficile da esprimere in maniera altrettanto succinta in italiano. Di fatto si tratta di politiche di gestione delle foreste ispirate a criteri di sostenibilità. Più di un'associazione ambientalista contesta il fatto che proprio le nazioni che più stanno inquinando, come gli Stati Uniti, avrebbero trovato una sorta di via di fuga per continuare a inquinare, cavandosela con qualche migliaio di ettari di foresta piantata nella fascia tropicale del Pianeta. Poco più di un contentino… Ma è una visione parziale, anzi di parte. L'importante, dopotutto, è il risultato, e se a conti fatti questa strada permette di ridurre le emissioni, non si vedono ragioni per non percorrerla. Anche perché, chiaramente, per le nazioni occidentali l'alternativa di piantare alberi non potrà certo sostituirsi al progresso tecnologico, ma dovrà affiancarlo e sostenerlo nelle fasi preliminari.
Anche in questo caso, come più in generale per la compravendita di "carbon credit" la pratica sembra aver nettamente sopravanzato la teoria e quella che sembra solo una visione da fantascienza è in realtà un dato di fatto per numerose multinazionali. Un po' all'ombra dell'attenzione dei mass media, sono già numerosi, infatti i contratti di "verde in cambio di anidride carbonica". È per questo che compagnie specializzate stanno acquistando lotti di terreno deforestato da offrire poi sul mercato - dopo averli rigenerati con la collaborazione delle popolazioni autoctone - come polmoni verdi. Le tribù locali vengono aiutate finanziariamente da queste Compagnie a patto di non tagliare gli alberi e per garantire la migliore manutenzione possibile. Le Compagnie rivendono poi i carbon credit corrispondenti all'anidride carbonica che le piante assorbiranno nel periodo previsto dal contratto di manutenzione.
Nel 1997 il Costa Rica è stato il primo Paese al mondo a trasformare le sue foreste in un "deposito" di carbonio con la creazione di appositi "titoli" riferiti a un nuovo programma di riforestazione, con risultati e performance garantiti e certificazione effettuata da parti terze. Il progetto, denominato "Carfix", riguarda la preservazione delle foreste, la sequestration, la riduzione dell'erosione e del degrado idrico. Proprio nel '97 è stato offerto il primo stock da 200 mila tonnellate, poi acquistato a 10 dollari per tonnellata da un consorzio di compagnie scandinave tra le quali ABB, Kavaener Energy e Eeg.
Il Noel Kempff Mercado National Park in Bolivia è un altro caso - unico nel suo genere - di "riserva di carbonio". Qui un consorzio promosso dalle americane Electric Power, PacificCorp e BP America, in collaborazione con la Nature Conservancy, ha investito 9,5 milioni di dollari per ritirare i diritti di disboscamento di 640 mila ettari di foresta. L'investimento nella preservazione e nella cura delle foreste è costato di fatto 0,63 dollari per tonnellata di carbonio.
Da segnalare anche il "contratto" siglato con due tribù americane (i Salish e i Kootenai) dalla società AFM. A fronte di un pagamento di 50 mila dollari la società AFM ha ottenuto il diritto di "sfruttare" la capacità di assorbimento delle foreste (250 acri di terreno, su un'area prima bruciata) per i prossimi 80 anni; il che equivale a poco meno di 50 mila tonnellate di anidride carbonica sequestrata.
Nell'agosto dello scorso anno aveva fatto anche scalpore la decisione di General Motors di finanziare con un assegno da 10 milioni di dollari il recupero di una porzione di foresta pluviale in Brasile. "Solo un gesto d'altruismo? - si chiedeva il periodico Newsweek in un suo editoriale. - Sì e no visto che organismi governativi nazionali e internazionali, potrebbero premiare questo gesto con dei crediti all'emissione di biossido di carbonio che proprio quegli alberi assorbiranno nei prossimi quaranta anni". È solo il primo passo verso una politica di "sequestration" dell'anidride carbonica", hanno poi dichiarato i responsabili della GM.
Anche la compagnia Tokyo Electric Power, la più importante utility privata a livello mondiale, ha deciso di percorrere la stessa strada e di ridurre le sue emissioni gassose attraverso la coltivazione, siglando un contratto di "carbon credit" con lo stato Australiano del Nuovo Galles del Sud per un valore prossimo agli 82 milioni di dollari a fronte di 40 mila ettari di nuove foreste. Un primo lotto di 10 mila ettari è già stato piantato e resta l'opzione per gli altri 30 mila entro il 2011. La Fondazione Face, del Dutch Electricity Generating Board, un consorzio di quattro produttori olandesi, sta addirittura piantando alberi in zone urbane e rurali fin dal lontano 1992 con l'obiettivo di arrivare a 5 mila ettari in patria.
Infine per ridurre i 14,5 milioni di tonnellate di emissioni causate dai suoi 180 MW di impianti termoelettrici l'Aes, società di produzione con sede nelle Hawaii, ha stretto un accordo con il Paraguay per un'area di foresta tropicale di 60 mila ettari. L'investimento globale di 3,8 milioni di dollari porta a un costo totale per l'operazione a carico della AES di 0,14 dollari per tonnellata di anidride carbonica per i prossimi 35 anni. Anche in questo caso sembra essere il classico buon affare. E non solo per l'ambiente.
Naturalmente qualsiasi intervento sulle aree verdi deve superare i due principi che gli anglosassoni definiscono di "additionality" e di "leakage". Il primo è di facile intuizione: la riduzione delle emissioni "accreditata" a una foresta deve essere del tutto nuova e l'area verde addizionale a qualsiasi altra preesistente. Il secondo ha a che fare con la necessità che quella riduzione non sia collegabile con nessun altro incremento anche dall'altra parte del mondo. Per esempio, è del tutto vana la protezione di 100 mila ettari di foresta pluviale, poniamo in Brasile, se questo comporta la deforestazione di una superficie analoga in Africa per rispondere a una domanda di legname. Allo stesso modo non si può contabilizzare una foresta che, comunque, sarebbe stata salvata. Il ciclo si chiude con l'utilizzo controllato delle biomasse come sostituti dei combustibili fossili.
Le biomasse, infatti, a differenza dei combustibili fossili sono "carbon neutral": le emissioni si considerano compensate dall'assorbimento di una equivalente quantità da parte degli alberi piantati al posto di quelli abbattuti nella logica della forest rotation. Il che riporta al problema iniziale della "additionality". Le foreste utilizzate per i carbon credit devono essere ex novo, altrimenti non posso dar luogo a crediti.
L'ultimo summit di Marraketch ha anche stabilito la necessità di proteggere le biodiversità, evitando il rischio di rimpiazzare specie indigene con altre a crescita rapida. D'altra parte se anche si considera il legno come un sistema di stoccaggio solo temporaneo (fino a che, appunto verrà bruciato o andrà in decomposizione) questo permette di guadagnare tempo e di posporre il problema di qualche decina di anni quando, si spera, la tecnologia avrà messo a disposizione nuove soluzioni.
Fonte: www.giornaleingegnere.it
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