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Il clima
Intervista a Vincenzo Artale
ENEA www.enea.it
“È l’area mediterranea forse una delle zone maggiormente esposta alle conseguenze del riscaldamento globale”. A parlare è Vincenzo Artale, climatologo dell’ENEA, unico esponente italiano all’IPCC (fra gli autori del rapporto AR4-WGI). Il catastrofismo non fa per lui, ma una ‘sana’ preoccupazione, alla luce degli eventi climatici, è doverosa. “Occorre rendersi conto di quello che sta succedendo e non fare allarmismo fine a se stesso”, afferma il ricercatore.
-Quali sono gli effetti più gravi di questi cambiamenti climatici?
”Innanzitutto il problema dell'acqua e quindi della forte variabilità del ciclo idrologico che stiamo osservando da molti anni; una questione da affrontare immediatamente, perché coinvolge direttamente il sistema dell’economia di un paese, con tutte le conseguenze del caso.”
-I risultati del quarto rapporto dell’IPCC fanno paura. Che ne pensa?
“Tra le novità principali di questo rapporto, forse la più incisiva è la diminuzione dell'estensione del ghiaccio del Polo Nord, in quanto questa immissione di acqua dolce nel Nord Atlantico potrebbe alla lunga indebolire i meccanismi di trasporto di calore dall'Equatore alle alte latitudini (50-60 Nord ) e in particolare i processi convettivi nel Labrador Sea e nei mari della Groenlandia e dell'Islanda, veri ‘volani’dell'intera circolazione oceanica. All'interno di questa problematica gioca un ruolo rilevante anche il nostro piccolo Mediterraneo, sul quale sono concentrate le mie ricerche: il flusso di acque di origine mediterranea che scorrono verso nord a 1.000 metri profondità nel Nord Atlantico, contrastano con quelle dolci dell'Artico, con tutte le conseguenze del caso.”
-Ma in fin dei conti a cosa sono dovuti questi sbalzi di clima così repentini?
”Il comportamento del sistema climatico non è ordinato ma caotico, fortemente dipendente dalle condizioni iniziali; basta una piccola perturbazione per stravolgere il tutto. Per alterare l'attuale stabilità del clima non servono quindi macrodisturbi, ma anche relativamente piccoli, innescati ad esempio dalla CO2 e tutti i gas serra, che incidono direttamente nella complessità del sistema climatico. Il fondato timore è che alcuni fenomeni estremi come l'ondata di super caldo del 2003 difficile da dimenticare e le forti anomalie di pressione, siano una chiara manifestazione di questi disturbi.”
- Che cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni?
”Un'intensificazione e una variabilità dei fenomeni estremi già presenti nella vita quotidiana, la cui intensità dipenderà molto dalle latitudini; nella fascia tropicale e sub tropicale, ad esempio, si avranno maggior problemi di uragani e problemi relativi alla crescita del livello medio del mare. Nell’area del Mediterraneo probabilmente potrebbero invece ripetersi eventi tipo heat waves, ondate di calore, causato da una variazione della circolazione atmosferica delle medie latitudini. In particolare, nel Mediterraneo l'aumento di temperatura potrebbe indurre dei cambiamenti notevoli non solo nel ciclo ideologico, ma soprattutto in quello bio-geochimico marino, con pesanti conseguenze per la pesca ed il turismo.”
-`Ma c’è qualche cosa da fare?
”Abbiamo tutti gli strumenti teorici, sperimentali e tecnologici per rispondere a questa
sfida, basta essere coscienti di che cosa si parla. Il clima, si sa, è un problema molto complesso e non a caso è considerato da anni come una delle Grandi Sfide della scienza moderna. Bisogna mettere in campo tutte le conoscenze teoriche per individuare i meccanismi responsabili parzialmente ancora sconosciuti, di tutta la variabilità climatica osservata, incluse le glaciazioni; e quindi ben vengano reti di osservazione globale e strumenti informatici più avanzati, come da anni stanno facendo Stati Uniti e Giappone e negli ultimi anni molti paesi europei, in particolare la Germania. Purtroppo di questo gruppo non fa parte l'Italia, che investe nella ricerca in generale e in quella climatica in particolare, cifre irrisorie, piazzandosi agli ultimi posti tra le nazioni occidentali”.
- Per contrastare i cambiamenti climatici in varie sedi sono state proposte una serie di misure per tagliare le emissioni di CO2. La convincono questi provvedimenti?
"Mi convince molto il piano strategico dell'Unione Europea. Quella è la direzione giusta: puntare su modelli di crescita economica alternativi all'attuale modello di sviluppo basato su un uso irrazionale delle fonte primarie di energia: usare i cambiamenti climatici come un motore che ci innalzi verso un nuovo paradigma non solo scientifico ma di un nuovo modo di convivere tutti insieme su questo pianeta. E c'è solo una possibilità per realizzarlo: investendo nella cultura (e quindi nella ricerca) e nella tecnologia".
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